Ultima modifica: 14 novembre 2014
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Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern


“ Ogni volta che arriva la primavera io “sento” la terra e m’innamoro. È bellissimo: è la terra che si risveglia, che fa crescere i fiori e se ne sente l’odore e vi giuro che ogni volta mi viene voglia di raccontarlo. L’aria cambia e cambia anche il movimento da dove viene l’aria: è sempre un rinascere.

Anche in questa stagione, però, non posso dimenticare gli anni della guerra. In particolare tra il 1941 e il 1942, quando, arrivata la primavera, si doveva ricostruire tutto.”  (Stagioni, Mario Rigoni Stern )

Mario Rigoni Stern oltre ad essere stato uno dei più grandi ed intensi scrittori dell’Italia del dopoguerra è stato anche uno dei pochi sopravvissuti alla ritirata di Russia del 1943. Nel celebre romanzo “Il Sergente nella neve” ha descritto sul filo della memoria le tragiche vicende di quella ritirata in tutta la loro drammaticità. In seguito accusato da certa critica e da Elio Vittorini in persona di non essere uno scrittore “nato” ma di saper solo trarre spunto dalle vicende personali, è diventato invece narratore di storie incentrate più che altro sulla natura e timbrate da quella sua personalissima patina di nostalgie depositate nella memoria.
Rigoni Stern ha portato alla luce nei suoi lavori quella serie di ricordi incancellabili, capaci di rivivere in pieno e di essere evocati solo fra i silenzi della montagna e sotto la neve. Pagine, le sue, che rilette a distanza di anni conservano inalterato il fascino e la loro drammaticità.
Nato ad Asiago (in provincia di Vicenza) il giorno 1 novembre 1921 è sempre rimasto legato al paese natio, malgrado le innumerevoli vicissitudini che lo hanno visto protagonista come soldato e come uomo. La sua è una famiglia oltretutto assai numerosa, di tradizione commerciale. Il padre e la madre commerciavano in prodotti delle malghe alpine, pezze di lino, lana e manufatti in legno della comunità dell’Altipiano, quella stessa comunità della montagna veneta che si ritrova così di frequente nelle opere dello scrittore.
Non a caso l’infanzia trascorsa nella conca asiaghese è fatta del contatto con i lavoratori delle malghe, i pastori, la gente di montagna che è appena uscita dalle rovine del primo conflitto mondiale.
Prima della guerra il piccolo Mario frequenta la scuola di avviamento al lavoro e, per guadagnare qualche lira, svolge mansioni di garzone nel negozio dei genitori. Nel 1938 si arruola volontario alla scuola militare d’alpinismo di Aosta quando la guerra sembra lontana, ma nel settembre del 1939, mentre è in licenza, deve rientrare improvvisamente al reparto: in quel momento, racconterà lo stesso Rigoni Stern, capisce che ciò che sta accadendo cambierà per sempre anche la sua vita. Lo scrittore proverà la dura esperienza della guerra.
E’ dunque impegnato in prima persona come soldato, portato qui e là dai reparti italiani. Dopo aver affrontato il fronte occidentale con mille dolori e travagli, tocca a quello albanese (esperienza raccontata in “Quota Albania”), e poi a quello russo, drammatico e sconvolgente.
In questo frangente Rigoni Stern ha modo di sperimentare le più dure esperienze umane, da quelle della ritirata e dell’abbandono dei compagni stremati nella neve a quello della deportazione nei lager quando incappa in una pattuglia tedesca.
Fortunatamente il 9 maggio 1945, dopo due anni e oltre di lager, riesce miracolosamente a tornare all’amato Altopiano, anche se le ferite interiori sembrano difficilmente rimarginabili (e infatti mai lo saranno). Gli risulta difficile reinserirsi nella vita civile, difficile reagire all’apatia che lo attanaglia. Di questa profonda prostrazione ne abbiamo testimonianza nel doloroso e insieme delicato breve racconto “La scure” (inserito in “Ritorno sul Don”, 1973), pagine fra l’altro dedicate a Primo Levi.
Trova un impiego al catasto di Asiago e passano anni prima che riprenda tra le mani quei fogli scritti legati con dello spago abbandonati in un angolo della casa, per farne il suo libro più famoso, “Il sergente nella neve” pubblicato su indicazione di Elio Vittorini, conosciuto da Rigoni Stern nel 1951. Il giovane proprietario dell’involto è il sergente maggiore Mario Rigoni Stern, alpino scampato alla tragica ritirata di Russia dell’esercito italiano tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, che era stato capace di guidare un gruppo di soldati ormai allo sbando fuori dalle linee di fuoco.
Sul finire degli anni ’60 scrive invece il soggetto e collabora alla sceneggiatura de “I recuperanti”, film girato da Ermanno Olmi sulle vicende delle genti di Asiago all’indomani della Grande guerra.
Nel 1970, lasciato il lavoro, comincia a pubblicare opere narrative con regolarità e ad iniziare una collaborazione con La Stampa sulle pagine culturali e sull’inserto settimanale del quotidiano torinese, oltre a dedicarsi a letture e studi storici che gli consentiranno di curare un importante volume, “1915/18 La guerra sugli Altipiani. Testimonianze di soldati al fronte”, un’antologia commentata di testi sul primo conflitto mondiale.

 E’ il profondo legame tra Memoria e Natura l’essenza delle opere dello scrittore asiaghese. Sono proprio questi due elementi, che in sintesi fanno la sostanza della narrativa di Rigoni Stern, pur con modalità ed intensità sempre differenti, oppure in trame narrative che le vedono intimamente intrecciate.
Si deve partire da questa considerazione se si vuole cercare di riassumere il cammino letterario cominciato con un rotolo di fogli dentro uno zaino poggiato a fianco di un giaciglio, all’interno di un lager tedesco in Masuria.
Lui, semplice sergente divenuto improvvisamente responsabile delle vite di molti uomini, racconterà quei giorni con misurato orgoglio come essere stati i giorni più importanti della sua vita. Catturato dai tedeschi sulla strada del ritorno, è costretto a sopravvivere per più di due anni nei lager di Lituania, Slesia e Stiria. La prigionia diventa oltre che il tempo della sofferenza e della fame, anche il tempo della scrittura, del ricordo e della memoria di tutti i compagni uccisi, di coloro che ha visto cadere al suo fianco sulla neve, cedere di schianto sotto i colpi dell’inverno russo nella più tragica insipienza e inadeguatezza dei vertici militari.
Dopo l’esordio del Sergente nella neve, vi saranno dieci anni di silenzio, in seguito dei quali arrivano i racconti naturalistici, quando nel 1962 pubblica “Il bosco degli urogalli”.
Dagli anni ’70 la sua attività letteraria si intensifica: molti suoi testi di varia forma e dimensione vedono la luce, sempre accolti in maniera entusiasta da pubblico e critica.
Nel 2000, insieme all’allora Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha curato il già ricordato volume: “1915-1918 La guerra sugli Altipiani. Testimonianze di Soldati al fronte”.
Muore a causa di un tumore al cervello il giorno 17 giugno 2008.

Bibliografia:
Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia (1953)
Il bosco degli urogalli (1962)
Quota Albania (1971)
Ritorno sul Don (1973)
Storia di Tonle (1978, Premio Campiello)
Uomini, boschi e api (1980)
L’anno della vittoria (1985)
Amore di confine (1986)
Il libro degli animali (1990)
Arboreto di confine (1986)
Il libro degli animali (1990)
Arboreto salvatico (1991)
Le stagioni di Giacomo (1995)
Sentieri sotto la neve (1998)
Inverni lontani (1999)
Tra due guerre (2000)
L’ultima partita a carte (2002)
Aspettando l’alba e altri racconti (2004)
I racconti di guerra (2006)
Stagioni (2006)

«Questi i risultati della pace e della libertà: lavorare e costruire per il bene degli uomini, di tutti gli uomini; non uccidere, distruggere e conquistare con la forza delle armi, ma vivere con il lavoro per la fratellanza e l’aiuto reciproco.»                                                            




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